Fare il vuoto

Viviamo nella società che Zygmunt Bauman aveva prefigurato: liquida, accelerata, instabile. Una società dove tutto scorre più veloce di quanto possiamo integrare: relazioni, esperienze, obiettivi, perfino le emozioni. La promessa implicita era chiara: più velocità = più felicità. Ma non è andata così.

La velocità ha un costo. Uccide il desiderio, che per natura ha bisogno di lentezza, di attesa, di spazio. Ci spinge verso un “sempre di più” che non si realizza mai davvero. Aumenta l’insoddisfazione, alimenta la compulsione a performare, innalza la soglia dell’ansia. Nulla è mai abbastanza. Ogni spazio deve essere riempito: attività, stimoli, contenuti.

E quando non abbiamo niente da fare, ci attacchiamo al telefono. Un gesto automatico, quasi un riflesso. Ma l’uso smodato dello smartphone ha impoverito la qualità delle relazioni, la profondità dell’attenzione, la capacità di stare con noi stessi. È diventato il riempitivo perfetto: immediato, infinito, anestetico.

Siamo dentro una corsa folle verso il “sempre di più”. Ma fino a quando? E soprattutto: fino a dove?

Ad un certo punto, la domanda cambia. Non è più “come faccio a fare di più?”, ma “come faccio a tornare a me?”.

La risposta è controintuitiva: dobbiamo riappropriarci del vuoto. Di quello spazio non produttivo, non performante, non ottimizzato. Di quel momento in cui non succede niente, e proprio per questo può succedere qualcosa di nuovo.

Riappropriarsi del vuoto significa innanzitutto rallentare. Non serve una rivoluzione: bastano micro-interruzioni quotidiane.

  • una pausa di qualche minuto in cui non guardiamo il telefono
  • un momento di “nulla” tra un’attività e l’altra
  • lasciare che la mente vaghi senza scopo
  • osservare il respiro ad occhi chiusi
  • fare due passi prima o dopo l’ufficio
  • cambiare strada, anche di poco

All’inizio è scomodo. Il vuoto non è un luogo accogliente: non offre distrazioni, non offre conferme. Ma proprio questa scomodità apre nuovi canali. Ci restituisce la capacità di percepire ciò che sentiamo davvero, ciò che la velocità ci rende impossibile sentire.

Il vuoto è un allenamento. Un muscolo che si rinforza ogni volta che scegliamo di non riempire tutto. Ogni volta che resistiamo alla tentazione di “fare”. Ogni volta che ci concediamo di “essere”.

Perché funziona (e cosa dice la neuroscienza)

Negli ultimi anni diversi neuroscienziati hanno mostrato quanto il vuoto — o meglio, gli stati di non-azione — siano fondamentali per il benessere mentale.

  • Daniel J. Levitin, nel suo The Organized Mind, spiega che il cervello ha bisogno di periodi di inattività per consolidare informazioni, ridurre il rumore interno e recuperare energia decisionale.
  • Andrew Huberman, neuroscienziato di Stanford, parla spesso dell’importanza di “non-doing practices”: momenti di quiete che abbassano i livelli di cortisolo e riattivano i circuiti della creatività.
  • Mary Helen Immordino-Yang, ricercatrice di Harvard, ha dimostrato che gli stati di iintrospezione e vagabondaggio mentale sono essenziali per la costruzione dell’identità e la regolazione emotiva.

La scienza conferma ciò che l’esperienza ci suggerisce: il vuoto non è perdita, è rigenerazione. È il luogo in cui il sistema nervoso si riequilibra, il desiderio si riaccende, la mente torna capace di scegliere invece di reagire.

Allenarsi al vuoto non è un gesto contro la modernità. È un gesto di cura. È un modo per sottrarci alla tirannia della velocità e tornare a una vita che abbia un ritmo umano. Non serve molto: serve intenzione, serve presenza, serve il coraggio di restare un momento senza riempire.

Il vuoto non è un nemico. È un passaggio. E coltivarlo è una forma di maturità emotiva.

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Agosto, tanto prezioso e bistrattato

Ripropongo questo articolo su un tema sempre caldo nelle mie sessioni

Quando l’estate ci chiede di rallentare

L’estate arriva senza chiedere, spalanca le finestre, scioglie ciò che era rigido.

Nel calore tutto rallenta, e proprio lì — dove il tempo sembra fermarsi — il cuore ricomincia a muoversi.

L’estate invita a lasciare andare, a fidarsi della luce, a non trattenere ciò che vuole cambiare forma.

E mentre il giorno si allunga, anche tu ti espandi: non per diventare altro, ma per tornare a essere te stesso.

Rallentare non è solo un gesto fisico: è un atto di fiducia. Significa credere che la vita continui anche quando non la spingiamo. Eppure quante volte non ci riusciamo? Non perché manchi il tempo, ma perché non ce lo concediamo. Temiamo che fermarci significhi perdere il ritmo, quando invece è proprio lì che il ritmo si rivela.

E tu, riesci a lasciarti attraversare dal tempo senza volerlo controllare?

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Ripropongo questa riflessione di qualche tempo fa, che oggi torna potente

Il mio 2025

All’ inizio dell’anno nuovo mi piace fermarmi un momento a ripercorrere i dodici mesi appena terminati e riflettere su cosa mi porto a casa dall’anno appena trascorso, sensazioni, insegnamenti, esperienze.

Ecco cosa ho trovato di significativo per me:

_ Come spesso dico nei percorsi di coaching, e sperimento puntualmente, CHI CERCA TROVA. Sempre o quasi, fare della ricerca personale un punto fermo è altamente terapeutico , trasformativo. E’ bene però ricordare sempre che ci sono questioni per le quali non troveremo mai la “SOLUZIONE”, ma diversi livelli di comprensione. E questo farà comunque una grande differenza.

_ La potenza trasformativa dell’errore. Sbagliare strada, strategia, fallire un obiettivo non ci piace mai ma ci dice sempre qualcosa in più su di noi. Sbagliare e cambiare rotta ci connette un po’ di più ogni volta con la nostra autenticità. Non viviamo per performare ma per evolvere verso nuove consapevolezze.

_ E’ stato un anno di chiusure di cicli ed esperienze, ora mi trovo a navigare verso rotte nuove. All’inizio ho provato una certa rabbia, poi dispiacere e un vago senso di tradimento. Quando è tornata la calma ho compreso che l’unica forma di tradimento è quella verso noi stessi, così ho preso le mie decisioni e ringrazio gli eventi che, anche se talvolta dolorosi, mi hanno condotto dove sono oggi. Ora guardo con curiosità a ciò che sarà.

_ Il mio lavoro è sempre di più un faro fondamentale, non solo perché mi appassiona e dunque lo amo, ma anche poiché in dieci anni di professione come life coach, OGNI persona arrivata da me mi ha insegnato qualcosa, anche solo per il fatto, per nulla scontato, di essersi rivolta a me con fiducia in momenti difficili.

_ Ho sempre meno voglia di accondiscendere persone e/o situazioni che non mi interessano e non reputo nutrienti per me. Me ne accorgo perchè mi arriva un senso di malessere e frustrazione.

_ Ogni anno provare qualcosa, se pur piccolo, di totalmente nuovo e sconosciuto. Questo è forse più un proposito ma osservarlo ogni anno mi dà moltissimo.

_ Cercare anche situazioni scomode, quelle per cui diciamo “questo non fa per me”. Perchè? Perchè ho scoperto che uscire ogni tanto dalla famosa zona di comfort non è solo un luogo comune, ma può regalare molto.

_ Faccio ancora fatica a tenere i conti economici in ordine, piano piano sto migliorando ma c’è strada da fare, e soprattutto sto facendo pace con un tema su cui mi sono dannata per anni!

_ Ogni inizio d’anno interrogo i Tarocchi, pesco uno degli Arcani maggiori chiedendo quale sarà la direzione per il nuovo anno. Quest’anno è arrivato l’arcano senza nome, la Morte, meravigliosa carta che parla di profonda trasformazione, di nuovo ciclo. Come sempre tutto torna.

_ Accolgo sempre e ascolto le mie intuizioni, poi le verifico. Nel 2025 mi hanno portato a scoperte davvero preziose.

_ Sono sempre più convinta che la più profonda e radicale forma di libertà sia una sola: quella di essere noi stessi.

Direi che posso fermarmi. Un 2025 talvolta faticoso ma che saluto con gratitudine.

Ringrazio in anticipo chi in questo 2026 mi contatterà per un percorso di coaching e ringrazio di cuore uno ad uno i miei attuali clienti, ciascuno di loro un Maestro per me.

Auguro a tutti noi pace, sogni, incanto

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